Nella città dove i glossatori annotarono il Codice di Giustiniano per custodirne il senso, e dove un giovane giurista di nome Giuseppe Dossetti imparò il diritto romano, prende forma un modo nuovo di guardare all’intelligenza artificiale: non una torre da innalzare sempre più in alto (come quella di Babele), ma mura da costruire insieme (come nella storia sempre biblica di Neemia): a ciascuno il proprio tratto. Questa, la proposta che Ex Machina Italia, una squadra di “artigiani bolognesi della conoscenza”, rivolge oggi ad atenei, imprese e comunità: custodire ciò che sanno, prima di metterlo al lavoro. Il nome della proposta è AIGOR: Generative, Open, Resilient AI.
13 Ottobre 2026
Una nuova prospettiva tra l’intelligenza artificiale e chi la usa
In Frankenstein Junior, il capolavoro di Mel Brooks del 1974, c’è una scena che tutti ricordano. Il fedele assistente Igor, quello con la gobba che cambia lato a ogni inquadratura, viene mandato a prendere il cervello di uno scienziato illustre, «scienziato e santo». Nel buio del laboratorio il barattolo gli cade e va in frantumi. Igor non si scompone: ne prende un altro dallo scaffale accanto, senza leggere bene l’etichetta. Più tardi, al dottore che gli chiede di chi fosse quel cervello, risponde candido: di un certo «Abby Normal».
La creatura, naturalmente, si sveglia e combina disastri. Ma la colpa non è sua: è di quello che le hanno messo dentro.
Ridiamo da cinquant’anni di quella scena, e nel frattempo la stiamo rifacendo, in grande. Le organizzazioni di tutto il mondo stanno costruendo creature potentissime (gli assistenti e gli agenti di intelligenza artificiale) e le riempiono con quello che capita sullo scaffale: documenti vecchi accanto a quelli nuovi, versioni che si contraddicono, file sparsi nei computer delle singole persone. Poi si stupiscono quando la creatura «allucina», cioè risponde con sicurezza una cosa falsa. Il motivo è semplice: se non trova, inventa. E nessun modello, per quanto brillante, rimedia a un contenuto preso dal barattolo sbagliato.
Eppure, senza scomodare il cinema, un’alternativa esiste. Anche in Italia. Un sistema che cambia la prospettiva con cui si guarda all’intelligenza artificiale (che smette di essere un superpotere del singolo e diventa la memoria viva di una comunità) sta nascendo a Bologna in questi mesi, negli uffici di Ex Machina Italia, la società che insieme alla sua “cugina” svizzera progetta da oltre vent’anni soluzioni tecnologiche per università, imprese e Pubblica Amministrazione. Si chiama AIGOR. Ed è stato mostrato, poche settimane fa, a un grande ateneo milanese: lo stesso in cui, negli anni Quaranta, insegnava quel giovane giurista bolognese.
E non è un caso che Ex Machina Italia abbia scelto Bologna per far nascere AIGOR. Perché Bologna è il simbolo della conoscenza custodita. Lo è dal 1088, quando attorno ai suoi maestri nacque la più antica università del mondo occidentale. Lo è stata con i glossatori, i giuristi medievali che scrivevano nei margini del Codice di Giustiniano: note, rimandi, correzioni, ciascuna con il suo autore, perché quel sapere attraversasse i secoli senza perdere il senso. E lo è oggi, letteralmente sotto le finestre di chi lavora a questo progetto: nel punto esatto dove si incrociano le due linee del nuovo tram, un cantiere che da mesi stende i binari mentre il treno, già arrivato, aspetta in garage di cominciare a correre.
AIGOR: una conoscenza custodita come un codice
L’idea, in fondo, è antica quanto i glossatori: la conoscenza è codice. Si scrive, si annota, si verifica, si conserva. E soprattutto ha un custode.
AIGOR parte da qui. Il nome è una sigla, dove le quattro lettere stanno per (AI) Generative, Open, Resilient: un’intelligenza artificiale che scrive e risponde, costruita su un software installabile dove si preferisce, e capace di reggere da sola, senza dipendere dall’umore o da obblighi e imposizioni di un fornitore lontano (lock-in tecnologico → “stuck” AI). Ma chi ha visto Frankenstein Junior avrà già sorriso: AIGOR è anche il nome dell’aiutante fedele. Solo che questo, l’etichetta sul barattolo, la legge sempre. E il suo nome ricorda anche l’agorà, la piazza dove i greci si ritrovavano per “mettere in comune” ciò che sapevano. Obiettivo: passare da una stuck AI a uno STACK AI. Privato, certificato, governabile.
La resilienza di cui parla Ex Machina Italia è soprattutto dell’organizzazione, non del software: AIGOR è fatto perché la conoscenza aziendale non resti proprietà privata del singolo, ma diventi memoria collettiva. Questo vale per chi va e per chi viene. Si sta parlando cioè del passaggio da “Shadow AI” (di cui abbiamo sentito parlare fino allo sfinimento) ad AI governata, affinché l’organizzazione possa reggere ai cambi di mercato, di fornitore, di modelli, e sì, anche ai cambi di persone. In entrata e in uscita.
Il funzionamento è semplice da raccontare. Ogni documento di un’organizzazione (una procedura, un regolamento, un listino, la pagina di un sito) viene trasformato in testo semplice e ordinato, e riceve una carta d’identità: che cos’è, da dove viene, fino a quando vale. Ogni modifica viene conservata e firmata, come fanno da decenni i programmatori con il loro codice: si sa sempre chi ha cambiato cosa, quando e perché. Nessun documento entra senza il visto di una persona, il custode, che ne risponde. Ognuno vede solo ciò che ha il diritto di vedere (permessi specifici). E ogni risposta dichiara da dove viene, oppure ha l’onestà di dire: «non ho fonti».
C’è poi una seconda scelta, meno visibile e altrettanto decisiva. Oggi molte organizzazioni mettono al sicuro i propri dati e poi, a ogni domanda, li spediscono a un modello che vive dall’altra parte del mondo. Tracciano il perimetro e poi lo bucano. Qui il modello che scrive le risposte abita dentro casa, accanto alla conoscenza: un modello a «pesi aperti», cioè un motore che si può scaricare e pagare con un canone flat, invece di noleggiarlo a consumo. Resta di chi lo usa, nessuno può cambiarlo o ritirarlo a metà strada, e il conto a fine mese non riserva sorprese.
Solo a quel punto arrivano gli agenti, gli assistenti che eseguono compiti. Arrivano per ultimi, e per una buona ragione. Chi ha visto Cattivissimo me (film d’animazione del 2010 diretto da Pierre Coffin e Chris Renaud) conosce i Minions: instancabili, entusiasti, pieni di iniziativa, capaci di risolvere qualunque problema e di crearne altri dieci. Gli agenti sono così. Funzionano meravigliosamente se sono ancorati a una conoscenza solida e tenuti dentro confini chiari; altrimenti sono automazione vuota che corre veloce nella direzione sbagliata.
Il risultato è un cambio di immagine. Oggi ciascuno ha la sua intelligenza artificiale, chiusa nella sua bolla: Marco con i suoi prompt salvati sul computer, Anna con le sue conversazioni perse, Luca che copia dati dei clienti in servizi di cui nessuno sa nulla. Ognuno è diventato più veloce; ma l’organizzazione non è diventata più intelligente. E quando Marco va in ferie, il reparto si ferma.
La proposta di AIGOR è unire quelle bolle in una sola: una specie di astronave, o di arca, che porta a bordo tutte le persone di una comunità, con la stessa memoria e le stesse protezioni. E poi far parlare le astronavi tra loro, un reparto con l’altro, un’azienda con i suoi fornitori, un ateneo con il suo territorio. Come le cellule di un corpo: ciascuna fa la sua parte, e a ogni passo miliardi di cellule si muovono nella stessa direzione. La scienza delle reti lo chiama small world, il «piccolo mondo»: gruppi molto uniti e pochi snodi ben scelti bastano a collegare chiunque con chiunque in due o tre passaggi. Come gli scali degli aeroporti.
Ex Machina Italia: non una torre, ma le mura
La proposta di Ex Machina Italia, allora, non è solo tecnica ma concettuale. Perché l’innovazione non è solo di processo o di prodotto ma, soprattutto, di pensiero.
Da una parte c’è la tentazione di Babele: un solo centro, un solo linguaggio, una torre che sale sempre più in alto, modelli sempre più grandi che promettono di sapere tutto. È efficiente, finché dura; ma ogni suo punto di forza è anche il suo unico punto di rottura. Dall’altra c’è la via di Neemia, il profeta che ricostruì le mura di Gerusalemme senza un decreto unico: «ciascuno riparò il tratto di fronte alla propria casa». Famiglie, mercanti, orafi, sacerdoti, ognuno responsabile del pezzo che conosceva meglio, tutti tenuti insieme da una misura comune che faceva combaciare i tratti in una cinta sola.
È lo stesso principio che Dossetti, padre della Costituzione, chiamava sussidiarietà e che la Costituzione ha poi accolto all’articolo 118: ciò che una comunità sa fare da sé non le va tolto; il livello superiore la sostiene, non la sostituisce. Nella sua visione, ispirata a quella del filosofo francese Jacques Maritain (rispetto alla quale Dossetti andò poi anche oltre), la persona non è un numero e nemmeno un ingranaggio: esiste dentro le sue comunità (la famiglia, il comune, la scuola, l’impresa) e le comunità hanno diritto a un sapere proprio. Applicato all’intelligenza artificiale, il principio diventa una domanda semplicissima da fare a qualunque tecnologia: aumenta l’autonomia di chi la usa, o la riduce?
Non è una nostalgia. Il 15 maggio di quest’anno Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas, un’enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Ha scelto il nome del papa che, nel 1891, con la Rerum Novarum aveva guardato in faccia la rivoluzione industriale. Oggi le macchine non entrano più soltanto nelle fabbriche, ma nei luoghi dove si pensa, si decide, si impara. Il testo dice che nessuna tecnologia è moralmente neutra, che deve sempre esserci qualcuno che rende conto delle decisioni, e che rallentare, quando serve, non è essere contro il progresso ma esercitare una cura responsabile. E contiene un avvertimento che chi costruisce questi sistemi dovrebbe tenere appeso sopra la scrivania: «non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi».
C’è un filosofo dei nostri giorni, Cosimo Accoto, che scrive da anni che il mondo sta diventando codice. Quando, durante una delle nostre dimostrazioni, abbiamo detto parafrasandolo «la conoscenza è codice», la frase è sembrata nuova. In realtà a Bologna la si pratica da novecento anni, da quando i glossatori riempivano di note i margini del Codice.
È su queste fondamenta che Ex Machina Italia ha costruito AIGOR, e sono le stesse che porta con sé ogni AIGOR che installa: prima ancora del software, una cornice di valori dichiarata.
AIGOR potrebbe essere, insomma, un modo concreto per dare vita a un nuovo umanesimo. Un umanesimo digitale, comunitario, custodito: dove la macchina non prende il posto delle persone ma si somma a loro, e dove il valore non sta nel motore che genera il testo ma nella conoscenza che una comunità ha costruito, giorno dopo giorno, e che finalmente può tornare a lavorare per chi l’ha prodotta. Non una torre che tocca il cielo: mura solide, costruite da molte mani, dentro cui ciascuno può vivere al sicuro.
E se il Dottor Frankenstein, la notte del temporale, avesse avuto un custode accanto al suo scaffale di cervelli, forse avrebbe gridato la sua battuta più famosa con un’altra creatura sul tavolo. Ma la battuta, quella, vale ancora. Per una conoscenza custodita, condivisa, al servizio delle persone. Si può fare. Si chiama AIGOR.
